Fulvio Bortolozzo, DUPLEX, Torino, 2001 - Vallauris (France), 2002.
Penso che la fotografia sia per sua natura ambigua e si presti a continue riletture a seconda del contesto in cui viene presentata. Sfruttando questa particolarità, per me fondamentale, sto procedendo nell'indagine sui rapporti tra linguaggio fotografico e linguaggio scritto-verbale, mettendoli in relazione con la mia esperienza esistenziale.
In questo senso, DUPLEX è un proseguimento del lavoro fin qui svolto sugli aspetti della realtà visibile che suscitano il mio impulso alla ripresa fotografica (affissioni pubblicitarie, manichini femminili, riflessi, segni e segnali urbani, ecc.).
Nel caso specifico, i dìttici di DUPLEX sono progettati nell’intento di produrre significati terzi non presenti, o presenti in forma incompleta, nelle immagini di partenza.
Analogie, doppi sensi, associazioni d'idee, si intersecano tra loro alimentando una spirale di significati solo in parte esplorata dall'autore.
È ora compito di chi entrerà in rapporto con DUPLEX, ennesima duplicità possibile, completare l'operazione inserendovi la propria personale interpretazione di ciò che vi vorrà vedere.
Fulvio Bortolozzo
DUPLEX
14 febbraio - 7 Aprile 2002
Teatro Araldo
via Chiomonte 3 (ang. via S. Paolo), Torino.
Orario di apertura: dalle ore 16 alle ore 18,30
Per informazioni:
tel. 011.331.1764 (Teatro Araldo)
14/01/02
25/12/01
Il presepe di Vrù
Ho appreso da un trafiletto di stampa che Francesco Berta non festeggerà il Natale 2001. In suo ricordo, ripubblico qui il testo di presentazione di un album fotografico realizzato nel 1990 in 50 copie, con stampe originali in Cibachrome, di fotografie prese a Vrù nell'estate del 1984.
È tutta opera di Francesco Berta.
Questo è il nome dell'autore di un piccolo presepe meccanico dedicato ai mestieri ed alla vita dei montanari. Sessantasei anni, contadino "con qualche bestia", licenza elementare "come tutti ai suoi tempi", Francesco risiede dalla nascita a Vrù, graziosa frazione di Cantòira in Val Grande di Lanzo.
Vrù oggi è abitata tutto l'anno solo da poche persone, per lo più anziane, ma di certo nel passato traboccava di vita, come tante altre borgate alpine. Una vita dura, povera e tuttavia rimasta nel cuore e negli occhi di Francesco; e così i gesti, le attività, gli aneddoti ed i personaggi che hanno accompagnato la sua esistenza rivivono per noi nel presepe di Vrù.
Un'idea nata circa vent'anni fa, forse durante la lunga pausa invernale dei lavori agricoli. Con molta pazienza ed ingegnosità Francesco mise insieme i pezzi del suo presepe: costruì le statuine, le dipinse, le vestì con materiali di recupero e con motorini di vecchie lavatrici diede loro il movimento.
Ancora oggi aggiunge più o meno ogni anno una nuova figurina sempre ispirata ai mestieri scomparsi od alla vita di montagna. Una passione ed uno sforzo certamente meritori che potevano però essere niente più di un estroso esempio della creatività individuale, sul genere delle varie torri di Pisa fatte di fiammiferi, tanto per intenderci.
Invece l'opera di Francesco Berta va oltre. Con serena pacatezza e buon senso montanaro, Francesco ci sta regalando una preziosa testimonianza culturale. Il mugnaio, la lavandaia, l'arrotino ed ogni altro personaggio compiono i gesti caratteristici della loro attività con tale precisione che chiunque porti ancora in sé il bambino che fu, non può non ritrovarsi almeno per un momento all'interno del villaggio di Francesco.
È questo attimo prezioso che dà grande valore al presepe e sempre più persone, spinte da un crescente passaparola, ne rimangono attratte. A Vrù ogni estate aumenta il numero dei visitatori che, accompagnati dalla calorosa cortesia di Onorina, sua sorella, ammirano l'opera di Francesco Berta.
Sembra una leggenda di Natale ottocentesca ed invece è la bella realtà di un degno erede del primo ideatore del presepe, un altro Francesco di un altro paese d'Italia, Assisi, che nel 1223. a Greccio, vicino a Rieti, diede inizio alla tradizione di rappresentare, a Natale, la nascita del Cristo, dapprima con l'intervento di persone e poi con le tipiche statuine.
Spero che le stampe fotografiche originali raccolte in questo album, reso possibile dalla sensibilità dell'Azienda Acquedotto Municipale di Torino, rendano giustizia al lavoro di Francesco Berta e stimolino nel lettore il desiderio di una visita o di un ritorno, se già lo conosce, al presepe di Vrù.
Fulvio Bortolozzo
(Natale 1990)
25/10/01
Levinthal alla Galleria Marella
Il gioco dei bambini è un processo automatico di astrazione. Attraverso i giocattoli… i bambini rappresentano il dramma della vita, riducendone le dimensioni con la piccola camera oscura della loro mente
- Charles Baudelaire, in "A Philosophy of toys", The Painter of Modern Life and other Essay (London: Phaidon Press, 1964)
Per entrare meglio nello spirito dell'operazione di Levinthal, oltre alla citazione che lo apre ritengo interessante estrapolare questo passaggio dal comunicato stampa:
Levinthal inizia nel 1972 fotografando soldatini tedeschi; egli costruisce elaborati set in miniatura con soldatini di plastica ed un assortimento di modellini di costruzioni e veicoli. Successivamente affina sempre più il suo processo creativo esplorando le varie possibilità del mezzo fotografico; giunge così alla scelta dell'utilizzo della Polaroid nel suo massimo formato di stampa, ovvero 20x24 inches (51x61 cm circa). Tale tecnica gli permette di avere un solo e prezioso lavoro "unico" (differenziando ulteriormente il lavoro, poiché nel panorama contemporaneo fotografia è sinonimo di riproducibilità seriale).
In galleria oltre alle Polaroid di Barbie, sono esposte quelle di altre serie: i cowboy in miniatura di The Wild West, 1987-89; il lavoro sul razzismo di Blackface, 1995-96 e la pornografia come specchio della sessualità della società di XXX, 1999-2000.
Per inclinazione personale, basti pensare alle mie serie fotografiche, sono rimasto colpito dalle Barbie giganti, coloratissime e tiranniche deità feticiste, e dalle immagini sessuali della serie XXX, inquieto specchio di mondi interiori che agitano la labile realtà quotidiana.
Levinthal parrebbe introdurre la dimensione del gioco come strada maestra, o forse come l'unica ancora possibile, per ritrovare parti di sé sperdute nei meandri e nei vicoli ciechi della psiche. Forse lungo simili vie il ritrovamento non avverrà mai, ma il viaggio stesso sarà ricompensa sufficiente per chi vorrà compierlo.
(vista il 25 ottobre 2001)
DAVID LEVINTHAL
WHY DO YOU PLAY WITH TOYS?
26 settembre - 27 ottobre 2001
MILANO Marella Arte Contemporanea
20/10/01
Form Follow Fiction
Amy Adler, Ace, 1997. (courtesy Castello di Rivoli)
Il titolo di questa mostra, curata da Jeffrey Deitch, è una parafrasi, peraltro già usata in passato da altri in Francia, del motto modernista Form follows function. Al di là del gioco di parole, l'attuale rassegna prosegue idealmente Post Human, che Deitch curò per il Castello di Rivoli nel 1992.
La scelta dei ventuno artisti invitati ad esporre nella Manica lunga, è tesa ad evidenziare il filone di ricerca che il curatore ritiene trainante nell'ultimo decennio: gli interventi sul confine tra la realtà e la sua rappresentazione.
Le opere chiamate a sostenere la tesi critica di fondo sono in gran parte di forte impatto visivo.
Amy Adler ridisegna la figura umana di sue fotografie personali scattate anni prima, ottenendo un effetto straniante e coinvolgente al tempo stesso. Vanessa Beecroft, stella ormai fissa della costellazione artistica internazionale, propone il suo sadismo freddo con due imponenti gigantografie delle arcinote donne feticcio ed un video nel quale si può goderne i tremolii dovuti alla posizione cui sono costrette. Gregory Crewdson entra negli incubi gotici sepolti sotto il quotidiano americano della banale middle-class con stampe Ilfochrome (127 x 152 cm) visionarie e perfette dal nitore iperrealistico straordinario. Non meno potenti sono le icone degli artisti figurativi come Kurt Kauper, con le sue fiamminghe dive inventate o Margherita Manzelli, che usa anch'essa i colori ad olio con antica maestria per proporre donne deformate ed inquietanti.
Decisamente meno convincente è l'edulcorato mondo tecnomistico delle gigantografie di Mariko Mori. Tra l'altro, questa del gigantismo è ormai una costante dispendiosa e stucchevole che esalta, a volte, soluzioni non così efficaci se viste in dimensioni ridotte. Eccezionale invece la riuscita della sexy eroina robotronica e trasformista di Takashi Murakami esposta in tre modelli a grandezza naturale.
Tra le restanti opere, alcune ricorrono al linguaggio dell'installazione video, come la ricostruzione di Pierre Huyghe, condotta dell'invecchiato protagonista, della rapina del 1972 che ispirò il noto film "Quel pomeriggio di un giorno da cani", interpretato da Al Pacino.
Nell'insieme Form Follow Fiction è un'operazione riuscita e decisamente godibile. Farà discutere senz'altro il criterio seguito dal curatore, soprattutto nelle d'altronde inevitabili esclusioni.
L'unica mia riserva è sull'assunto che la impronta. In fondo, quando mai è esistita una qualsiasi forma d'arte che non fosse allo stesso tempo anche finzione?
(vista il 28 ottobre 2001)
FORM FOLLOW FICTION
17 ottobre 2001 - 27 gennaio 2002
Castello di Rivoli
Il titolo di questa mostra, curata da Jeffrey Deitch, è una parafrasi, peraltro già usata in passato da altri in Francia, del motto modernista Form follows function. Al di là del gioco di parole, l'attuale rassegna prosegue idealmente Post Human, che Deitch curò per il Castello di Rivoli nel 1992.
La scelta dei ventuno artisti invitati ad esporre nella Manica lunga, è tesa ad evidenziare il filone di ricerca che il curatore ritiene trainante nell'ultimo decennio: gli interventi sul confine tra la realtà e la sua rappresentazione.
Le opere chiamate a sostenere la tesi critica di fondo sono in gran parte di forte impatto visivo.
Amy Adler ridisegna la figura umana di sue fotografie personali scattate anni prima, ottenendo un effetto straniante e coinvolgente al tempo stesso. Vanessa Beecroft, stella ormai fissa della costellazione artistica internazionale, propone il suo sadismo freddo con due imponenti gigantografie delle arcinote donne feticcio ed un video nel quale si può goderne i tremolii dovuti alla posizione cui sono costrette. Gregory Crewdson entra negli incubi gotici sepolti sotto il quotidiano americano della banale middle-class con stampe Ilfochrome (127 x 152 cm) visionarie e perfette dal nitore iperrealistico straordinario. Non meno potenti sono le icone degli artisti figurativi come Kurt Kauper, con le sue fiamminghe dive inventate o Margherita Manzelli, che usa anch'essa i colori ad olio con antica maestria per proporre donne deformate ed inquietanti.
Decisamente meno convincente è l'edulcorato mondo tecnomistico delle gigantografie di Mariko Mori. Tra l'altro, questa del gigantismo è ormai una costante dispendiosa e stucchevole che esalta, a volte, soluzioni non così efficaci se viste in dimensioni ridotte. Eccezionale invece la riuscita della sexy eroina robotronica e trasformista di Takashi Murakami esposta in tre modelli a grandezza naturale.
Tra le restanti opere, alcune ricorrono al linguaggio dell'installazione video, come la ricostruzione di Pierre Huyghe, condotta dell'invecchiato protagonista, della rapina del 1972 che ispirò il noto film "Quel pomeriggio di un giorno da cani", interpretato da Al Pacino.
Nell'insieme Form Follow Fiction è un'operazione riuscita e decisamente godibile. Farà discutere senz'altro il criterio seguito dal curatore, soprattutto nelle d'altronde inevitabili esclusioni.
L'unica mia riserva è sull'assunto che la impronta. In fondo, quando mai è esistita una qualsiasi forma d'arte che non fosse allo stesso tempo anche finzione?
(vista il 28 ottobre 2001)
FORM FOLLOW FICTION
17 ottobre 2001 - 27 gennaio 2002
Castello di Rivoli
Kazumasa alla Galleria Cà di Frà
Kazumasa, Senza titolo, 2001. (courtesy Cà di Frà)
Colori puri, forti e luminosi. Forme potentemente archetipiche.
La poesia plastica e cromatica di Kazumasa risiede nella felice sintesi di concezioni occidentali ed essenzialità orientali. In tempi come questi, non può che rassicurare il vedere quanto sia fertile l'incontro tra culture così lontane.
Claudio Composti scrive nella presentazione:
Nella cultura orientale, dietro semplici gesti o quotidiane azioni, si celano antiche regole di esecuzione. Secondo la filosofia Zen, un gesto non è mai "solo" un gesto: fare un tè, tagliare il pesce, richiedono nozione di tempi e movimenti ben precisi, l'arte di disporre i fiori (Ikebana) non è un semplice ornamento della casa, così come la disposizione dei mobili della casa (feng-shui) ed i colori convogliano ed assecondano, se disposti ed usati nel modo corretto, le energie positive. (...)
Partendo da una tradizione così ricca e normatrice, Kazumasa approda al pensiero occidentale, alimentato da visioni e dubbi. Le sue terracotte colorate, i suoi piccoli uomini blu, i pannelli fioriti ed il grande, lieve, quasi sospeso in un'altra dimensione gravitazionale, uomo giallo esposti a Cà di Frà ci interrogano con muta insistenza sul nostro essere qui e ora.
Grazie a Kazumasa, la visita ad una galleria d'arte contemporanea, nata all'interno di un cortile della vecchia Milano d'antan, diventa preziosa occasione di meditazione.
(vista il 25 ottobre 2001)
KAZUMASA
Dal 25 ottobre 2001
Galleria Cà di Frà, MILANO
Colori puri, forti e luminosi. Forme potentemente archetipiche.
La poesia plastica e cromatica di Kazumasa risiede nella felice sintesi di concezioni occidentali ed essenzialità orientali. In tempi come questi, non può che rassicurare il vedere quanto sia fertile l'incontro tra culture così lontane.
Claudio Composti scrive nella presentazione:
Nella cultura orientale, dietro semplici gesti o quotidiane azioni, si celano antiche regole di esecuzione. Secondo la filosofia Zen, un gesto non è mai "solo" un gesto: fare un tè, tagliare il pesce, richiedono nozione di tempi e movimenti ben precisi, l'arte di disporre i fiori (Ikebana) non è un semplice ornamento della casa, così come la disposizione dei mobili della casa (feng-shui) ed i colori convogliano ed assecondano, se disposti ed usati nel modo corretto, le energie positive. (...)
Partendo da una tradizione così ricca e normatrice, Kazumasa approda al pensiero occidentale, alimentato da visioni e dubbi. Le sue terracotte colorate, i suoi piccoli uomini blu, i pannelli fioriti ed il grande, lieve, quasi sospeso in un'altra dimensione gravitazionale, uomo giallo esposti a Cà di Frà ci interrogano con muta insistenza sul nostro essere qui e ora.
Grazie a Kazumasa, la visita ad una galleria d'arte contemporanea, nata all'interno di un cortile della vecchia Milano d'antan, diventa preziosa occasione di meditazione.
(vista il 25 ottobre 2001)
KAZUMASA
Dal 25 ottobre 2001
Galleria Cà di Frà, MILANO
18/10/01
Artissima 2001
Jean-Pierre Khazem, Volume II, 2001. (courtesy Emmanuel Perrotin, Paris)
Torino Esposizioni
15 - 18 Novembre 2001
L'ultimo cambiamento di sede, dal Palazzo del Lavoro al Torino Esposizioni ha portato fortuna a questa edizione di Artissima.
Successo pieno di pubblico e di presenze espositive. Un decollo già scritto nei numeri: 154 le gallerie presenti, delle quali solo 72 italiane, con interessanti arrivi anche dal Giappone (2) e dall'Australia (1).
La novità più concreta è stato il decollo degli affari, con vendite finalmente in crescita. Sul fronte strettamente artistico si rileva un ulteriore aumento della già massiccia presenza di stampe fotografiche vista nell'edizione precedente. Le tecniche e le finalità sono le più differenti, ma probabilmente la soglia di saturazione è stata raggiunta ed è facile prevedere un prossimo spostamento dell'attenzione degli artisti verso altri mezzi, non esclusi quelli pittorici tradizionali.
Nell'ambito fotografico, aumentano le stampe rigorosamente sovraesposte, secondo l'involontaria moda lanciata poco prima della morte da Luigi Ghirri e portata avanti da autori a lui vicini come Olivo Barbieri o Vitali. Le dimensioni sono sempre più gigantesche, grazie anche alle tecniche di stampa digitale su carta fotografica, sul tipo della Lambda di Durst, ormai giunte ad un alto grado di efficacia. Abbondano anche le riprese "asettiche" di biblioteche e spazi pubblici vari, secondo l'altra moda del momento, lanciata questa volta dagli autori tedeschi con il loro gelido e nitidissimo rigore descrittivo. Di conseguenza trionfa l'uso di fotocamere di grande formato, spesso banchi ottici 20x25.
Tra le tantissime opere presenti, si segnalano in particolare quelle dedicate al confine ambiguo tra realismo e finzione, in sintonia con la tendenza esposta in questi giorni al Castello di Rivoli.
In ultimo un appunto organizzativo.
Nonostante i fatti paiano smentirmi, ritengo che la coincidenza di date tra due importanti manifestazioni come Artissima e Torino Film Festival, non sia un'idea felice. I pubblici sono diversi, ma si sciupa l'occasione di coprire meglio questo periodo autunnale, sfruttando anche più razionalmente l'accoglienza turistica cittadina.
(vista il 16 e 18 ottobre 2001)
Torino Esposizioni
15 - 18 Novembre 2001
L'ultimo cambiamento di sede, dal Palazzo del Lavoro al Torino Esposizioni ha portato fortuna a questa edizione di Artissima.
Successo pieno di pubblico e di presenze espositive. Un decollo già scritto nei numeri: 154 le gallerie presenti, delle quali solo 72 italiane, con interessanti arrivi anche dal Giappone (2) e dall'Australia (1).
La novità più concreta è stato il decollo degli affari, con vendite finalmente in crescita. Sul fronte strettamente artistico si rileva un ulteriore aumento della già massiccia presenza di stampe fotografiche vista nell'edizione precedente. Le tecniche e le finalità sono le più differenti, ma probabilmente la soglia di saturazione è stata raggiunta ed è facile prevedere un prossimo spostamento dell'attenzione degli artisti verso altri mezzi, non esclusi quelli pittorici tradizionali.
Nell'ambito fotografico, aumentano le stampe rigorosamente sovraesposte, secondo l'involontaria moda lanciata poco prima della morte da Luigi Ghirri e portata avanti da autori a lui vicini come Olivo Barbieri o Vitali. Le dimensioni sono sempre più gigantesche, grazie anche alle tecniche di stampa digitale su carta fotografica, sul tipo della Lambda di Durst, ormai giunte ad un alto grado di efficacia. Abbondano anche le riprese "asettiche" di biblioteche e spazi pubblici vari, secondo l'altra moda del momento, lanciata questa volta dagli autori tedeschi con il loro gelido e nitidissimo rigore descrittivo. Di conseguenza trionfa l'uso di fotocamere di grande formato, spesso banchi ottici 20x25.
Tra le tantissime opere presenti, si segnalano in particolare quelle dedicate al confine ambiguo tra realismo e finzione, in sintonia con la tendenza esposta in questi giorni al Castello di Rivoli.
In ultimo un appunto organizzativo.
Nonostante i fatti paiano smentirmi, ritengo che la coincidenza di date tra due importanti manifestazioni come Artissima e Torino Film Festival, non sia un'idea felice. I pubblici sono diversi, ma si sciupa l'occasione di coprire meglio questo periodo autunnale, sfruttando anche più razionalmente l'accoglienza turistica cittadina.
(vista il 16 e 18 ottobre 2001)
13/10/01
Barberi alla Libreria Agorà
Esiste, da qualche parte negli States, un luogo non luogo nel quale pagando un po' di dollari è possibile togliersi di dosso per qualche giorno i panni di una vita normalizzata e lasciarsi andare alle proprie inclinazioni e fantasie identitarie più sfrenate.
Burning Man è il nome con cui questo deserto, in tutti i sensi, è conosciuto. Gli appassionati lo chiamano affettuosamente con il solo acronimo: BM.
In un tale contesto si è calato il fotografo Enrico Barberi che ha avuto il non piccolo merito di evitare un facilissimo reportage urlacchiato sul folklore esibito. Le sue immagini, dai colori attenuati, sono molto curate, nitide e luminose. Il racconto è chiaro, anche se a volte un poco troppo aneddotico, e raggiunge la migliore riuscita nei ritratti in posa accompagnati da una breve dichiarazione pronunciata nell'occasione dai soggetti.
(vista il 13 ottobre 2001)
Burning Man
Fotografie di Enrico Barberi
19 settembre - 27 ottobre 2001
Libreria Agorà
Torino
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